Separazione dei genitori e natalità: quanto conta la famiglia d’origine?
Pubblicato il 26/5/2026 • In evidenza
Un recente studio pubblicato su Demography suggerisce che la crisi demografica non dipenda soltanto da fattori economici o culturali, ma anche dalle esperienze relazionali vissute nella famiglia d’origine.
La ricerca, condotta da Silvia Palmaccio dell’Università Bocconi insieme a Deni Mazrekaj e Kristof De Witte, ha analizzato oltre 1,7 milioni di persone nei Paesi Bassi, seguendo fino ai 40 anni individui che avevano vissuto il divorzio dei genitori entro i 17 anni.
I risultati mostrano che chi cresce in famiglie separate tende, in media, ad avere meno figli o più frequentemente a non averne. Il fattore che sembra incidere maggiormente non è tanto un rifiuto esplicito della genitorialità, quanto la maggiore difficoltà nel costruire relazioni stabili e durature nel tempo.
Questi dati appaiono coerenti con la teoria dell’attaccamento di John Bowlby, secondo cui le prime relazioni affettive costituiscono il modello attraverso cui impariamo fiducia, sicurezza emotiva e capacità di stare in relazione con gli altri.
È quindi plausibile che chi è cresciuto in un contesto familiare caratterizzato da stabilità affettiva sviluppi una maggiore fiducia nei legami e una più solida capacità di investire nelle relazioni future. Al contrario, esperienze familiari segnate da instabilità o separazioni possono influenzare, spesso in modo non consapevole, il modo in cui si vivono le relazioni adulte e i progetti di genitorialità.
Fonte: Vanity Fair, Natalità, come è influenzata dalla storia della famiglia di origine dei potenziali genitori?
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